ASSASSINO PER FORZA

Numero Libretto: 0014

Formato: cartaceo
Numero Atti: 3
Anno:
Autore: SAUVAJON MARC GILBER
Lingua: ITALIANO
Dialetto: ITALIANO
Quadri: 1
Traduzione: FERRI LIANA
Genere: BRILLANTE
Note:
Introduzione: <p> In Assassino per forza il morto di prammatica c’è; ed è addirittura nei primi minuti della commedia. L’assassino non bisogna cercarlo. Viene fuori dal luogo del delitto, ed è una giovane che si chiama Carolina che, con voce bianca, dice: « II signor Verescot è morto. L’ho ucciso io ». È vero, credetele! Non cercate intorno, fra i molti personaggi che in quella notte che a Napoli direbbero di « ammuina » appaiono sulla scena, altro colpevole. La commedia, mediante questo suo repentino spalancarsi, presenta d’improvviso il mondo che la popola: è la provincia francese, la rispettabilità borghese, una casata che ha per capostipite un capitano d’industria con varia discendenza, la moralità costituita. Un autore, di altra età e di altra tempera avrebbe incrudelito su questo mondo con modi di severa indagine, lavorando la plasticità dei caratteri, traendo dalle situazioni argomenti per una qualche tesi.<br /> Il Sauvajon, invece, che è uomo del nostro tempo e letterato, usa il modo agrodolce, con dichiarate propensioni a una critica di costume. Peccato che, prima di lui vi abbia pensato Armand Salacrou con il non dimenticato Archipel Lenoir che fu l’ultima interpretazione, a Parigi, di Charles Dullin. In Italia, Arcipelago Lenoir fu recitato con una eccellente personale interpretazione da Umberto Melnati, e riportò vivissimo successo. Assassino per forza, non è che un arcipelago Varescot. Ed ancora, se dovessimo pensare a un libro, diremmo: Clochemerle; ad un film: II Corvo. C’è in Sauvajon la posizione del francese della capitale che cerca nella provincia il luogo nel quale estendere, ramificare le proprie insoddisfazioni, consegnandole a personaggi che. possono servire da riscontrabile esempio. La commedia, in fondo, è la costruzione, ininterrotta per tre atti, di una ipocrisia che quel mondo vuole consumare per non rendere evidente la parte, di scabroso che è nel delitto. Sono i residui « interessi creati », la messa a fuoco degli egoismi, delle reticenze, dei camuffamenti di se medesimi, della connivenza e della complicità, fatti efficienti per sopravvivere. Da questo moto di corrosione si salva qualcuno, che per fortuna è un giovane, per finzione letteraria, diremo quasi per la « convenzione teatrale» di lasciare sempre un sopravvissuto quando al tiro bersaglio dell’ironia tutti i fantocci sono stati rovesciati. Che ci sia una inclinazione da parte dell’Autore, a dare un maggior credito a questa salvazione, non stentiamo a crederlo. Glielo ha impedito, però, il corpo stesso della commedia, nella quale sono immessi i corrodenti veleni della critica, dell’ironia e della beffa. Il capovolgimento sarebbe stato solo possibile per mano miracolata dell’arte. Ma questa l’Autore non possiede. L’invocata catarsi, la liberazione di cui il lavoro necessiterebbe per liberare e liberarsi dalle ambiguità che propone, non avviene. Non è forse possibile ai moderni. Resta la commedia: una commedia di saldissima costruzione, di abilissimo dialogo, di provocantissima lettura. Ed è giusto che abbia avuto successo la prima e la seconda volta; a riprenderla ancora, il successo l’avrebbe ugualmente perché, fuor d’ogni considerazione, è teatro, soprattutto teatro, </p>
Personaggi Uomini: 5
Personaggi Donne: 6
Bambini: 0
Comparse: 0
Totale personaggi: 11

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