CAPPELLO DI CARTA (IL)
Numero Libretto: 3834
Formato: cartaceo
Numero Atti: 2
Anno:
Autore: CLEMENTI GIANNI
Lingua: ITALIANO
Dialetto: ROMANESCO
Quadri: 1
Traduzione:
Genere: COMMEDIA
Note:
Introduzione: <p>PERCHÉ HO SCELTO LA LINGUA ROMANA<br />
Credo che tentare di raccontare oggi qualcosa in teatro, ammesso che abbia ancora senso, implichi una verità che la lingua italiana non è più in grado di restituire. Questo è senz’altro uno dei motivi che mi ha spinto a sperimentare l’uso della lingua romana, applicata alla scrittura teatrale. Ma anche e soprattutto dalla mia necessità di spettatore di assistere, se possibile, ad un suo uso diverso. Dalla noia ed in alcuni casi perfino dall’indignazione, di fronte a quel “Romano” becero, volgare e scontato, (specialmente in campo cinematografico e televisivo). Dall’amore per il cinema degli anni d’oro, per i grandi autori e interpreti romani….. Uso il termine Lingua sicuramente in modo improprio, ma lo faccio di proposito, affinchè sia chiara l’importanza che annetto a questa scelta espressiva. L’uso delle lingue regionali, dei dialetti credo consenta un’immediatezza e una fruibilità straordinarie. Non invento niente: la lezione di Eduardo in questo senso è emblematica. Ma mentre le lingue/dialetto napoletana o siciliana o, ancora, toscana hanno ottenuto il sacrosanto sdoganamento ufficiale, grazie soprattutto alla perseveranza anche di importanti autori contemporanei come Ruccello, Moscato, Scaldati, Chiti, la lingua/dialetto romana ancora lotta contro i severi pregiudizi degli addetti ai lavori. Ma non ho timore d’affermare che la lingua/dialetto “romana” (da non confondersi con il vernacolo) possiede una forza espressiva e poetica teatrale assolute: la capacità di sintesi del romano è stupefacente, teatrale a tutto tondo. L’uso di espressioni (e non di proverbi, si badi bene) come: “M’ha detto petalino!”, per testimoniare la propria sfortuna, o al contrario:”Te va l’acqua pè l’orto!”, per significare un momento particolarmente fortunato, non hanno forse la stessa raffinatezza o (magari superiore) capacità espressiva di nobili frasi idiomatiche anglosassoni tipo: “To be bom with a silver spoon in thè mouth” (Nascere con un cucchiaino d’argento in bocca)? Non credo sia un caso la frequente adozione della lingua romana da parte di un autore come Pasolini, per dare voce alla sua poetica. Provare a restituire, nei limiti delle mie possibilità, la giusta dignità teatrale a una lingua troppo spesso mortificata. Questo è senza dubbio uno dei miei obiettivi d’autore.<br />
Essendo impegnato da tempo nel tentativo di fare teatro in lingua romana, ho scelto altresì di adottare, ignorando regole e ipotesi ortografiche, un tipo di scrittura che ne ricordasse molto la pronuncia stessa. Per cui la comunemente usata espressione verbale “ch’ho”, ad esempio, viene sostituita dal pronome “ciò”, grammaticalmente inaccettabile, ma foneticamente assai più efficace. E cosi via. Spero che l’istintivo sconcerto del purista, sia stemperato da una piacevole lettura.<br />
Danni Clementi<br />
Da: RIDOTTO n. 3 marzo 2011</p>
Personaggi Uomini: 3
Personaggi Donne: 4
Bambini: 0
Comparse: 0
Totale personaggi: 7
