GIUDITTA

Numero Libretto: 2547

Formato: cartaceo
Numero Atti: 5
Anno: 1910
Autore: HEBBEL FRIEDRICH
Lingua: ITALIANO
Dialetto: ITALIANO
Quadri: 3
Traduzione: LOEWY MARCELLO
Genere: TRAGICO
Note:
Introduzione: <p> Terribile tempo dell’ultima guerra senza una parola o un cenno che ne precisi l’anno, i capi e gli uomini che la combattono. Siamo in un paese nebbioso della Pianura Padana. In una villa, che fu d’un giudice infallibile, senza pietà e senza ire, preciso fino allo scrupolo nella misura della colpa e della pena, nel pensiero, nel giudizio, nella inflessibilità della interpretazione e dell’applicazione della legge. E i suoi vecchi erano stati come lui, giudici tutti. La moglie di questo giudice invece era una creatura di dolcezza e di fantasia, un’anima fresca e delicata; e dei suoi due figli, sopravvissuti ai genitori, il maschio, Arden, che ora è un giovane uomo, ha derivato dalla madre una sensibilità femminile, una volontà subita, variabile e capricciosa secondo la sua estrosità un poco torbida e gelosa. Egli, prediletto dalla madre, quand’era viva, e carezzato come se fosse stato una bimba, era invece trascurato dal rigido padre che s’inteneriva solo per la figlia, Giuditta. Padre e madre sono morti, la villa è diventata sede di un comando dell’invasore, e nel tempo stesso un centro occulto della resistenza. Ettore, il fidanzato di Giuditta, della resistenza fa parte; Arden, sebbene non abbia il bello e semplice e diritto ardimento di lui, ad Ettore si è accompagnato, un po’ per vincere la paura che lo domina invincibile, un po’ perché nella sua tenerezza per la sorella qualche cosa si riagita in luì che assomiglia all’affetto della sorella per il padre, affetto in cui l’acre giovine ha creduto di intuire sfumature torbide. Nella villa occupata dall’invasore è rimasta Giuditta; tutti gli altri, i servi e i contadini, sono fuggiti. A lei furono lasciate poche stanze che erano per la servitù. La stanza dove il padre giudice aveva per tanti anni, con arida equità, commisurato la pena alla colpa, è occupata da un<br /> generale che ha assoluto potere su quell’ampia zona. Un giorno questo generale, che non ha mai visto la padrona di casa, sorprende nella stanza che precede quella ove egli lavora Giuditta con Ettore e col fratello; il primo fieramente schietto nell’odio, l’altro nemico più pungente e maligno e irritante. Su una tavola è una rivoltella deposta da Ettore che ha commesso la gravissima imprudenza di entrare nella villa della fanciulla che ama per chiedere ad essa di captare quante parole può dei nemici, specialmente quando trasmettono ordini lontani. Ettore e l’ansioso e beffardo Arden preparano un grosso attentato; hanno bisogno di continue informazioni. Prima che il generale si presenti, due soldati sono apparsi con il mitra puntato contro i due giovani. Al generale Giuditta, presentandosi,<br /> dichiara che Ettore è il suo amante. E’ una menzogna che il generale non crede e tuttavia finge di credervi; e all’ironia di Giuditta, che è un modo di superare la disperazione, e a quella di Ettore, che non crede alla generosità del nemico e vuole affrettare la propria morte, che ritiene inevitabile, il generale risponde che tanto Ettore che Arden sono, liberi di uscire dalla villa e di tornarvi quando vogliono, e da ordini in questo senso. E qui comincia l’originalità, l’angoscia, il largo respiro d’umanità ed anche la serrata dialettica di questa commedia. Raccontarne i particolari equivarrebbe a trascrivere il dialogo sottile, acuto, solenne in certi momenti, quando esprime il più dominato dolore umano. Sono di fronte i rappresentanti di due implacabili nemici: i più numericamente forti, cioè gli oppressori, e i più pronti ad ogni temeraria iniziativa, cioè gli insorti. Ed ecco che il generale consegna a Ettore la pistola, sicuro che Ettore non la scaricherà contro di lui. Egli non ha infierito contro i tre giovani, perché ha capito che essi, scoperti, presi, anelavano solo a morire e cercavano di soverchiarsi l’un l’altro in generosità, sicuri che, uccisi, susciteranno ovunque vendicatori. E il generale che l’ha compreso, dichiara che a lui e alla sua guerra non conviene « fabbricare » martiri, cioè suscitare nuovi giustissimi odi. Subito dopo il tema si allarga. Dagli invasori e dagli invasi, nelle scene e negli atti successivi, si indagano le ragioni, e le fatalità della guerra. E il generale spiega le crudeltà e la ferocia di essa. Quando un popolo ha raggiunto la maggiore potenza di massa, acquista un senso di inflessibile sicurezza e si convince di avere tutto. In quel momento la razza predomina; chi vi appartiene non è che uno strumento di quella bramosia anzi di quella certezza. “Gli orrori della<br /> guerra non entrano nella misura umana “ ma la soverchiano. Perciò chi prende parte alla guerra entusiasticamente voluta e più che la comanda, non vede più uomini nei nemici; ma ostacoli materiali che bisogna distruggere. Tutto pare giusto in nome della razza che si crede superiore alle altre. Il concetto di «nemico» non si associa più a quello di uomo. Perciò si stermina e si massacra. Finché un giorno, anche tra gli invasori molti cominciano ad accorgersi di essere uomini; cioè quando la sciagura li tocca, quando il dolore morale li separa dalla certezza unanime, quando e, il generale parla certo di se stesso i distruttori di città, gli sterminatori di uomini apprendono che le rovine di una casa hanno coperto le salme delle loro donne, delle loro fìglie. Da quel momento anche chi si sentiva parte della immancabile vittoria comincia a sentire, con la pietà di sé, l’orrore di dover comandare atrocità. E pensa che la vittoria non è poi certa. E questo, dice il generale, è peggio che tradire; è obbedire a una, convinzione crollata, operando sanguinosamente come se fosse ancora assoluta.</p>
Personaggi Uomini: 15
Personaggi Donne: 4
Bambini: 0
Comparse: 20
Totale personaggi: 39

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